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E invece io, il nuovo romanzo di Davide Grittani/SCHEDA

FOGGIA,

(…) “Dottò sa come diciamo noi qui, che la processione si vede quando si ritira!” È vero. Da queste parti dicono spesso così, ragione per cui il ritardo epocale accumulato dalla processione attesa da questa gente è diventato uno stile di vita. Sarà per questo che quaggiù aspettare equivale a muoversi. Sono Alberto Arioli, cinquant'anni a breve. Vengo dalla campagna senza confini, dall'alta Padania o bassa Lombardia. Dipende dal punto di osservazione, dalle sfumature razziste. Abito in un dignitoso appartamento di novanta metri quadrati in piazza Italia, nel Palazzo delle Statue: così lo chiamano tutti senza particolare fierezza, nonostante sia una sontuosa espressione dell'architettura razionalista, dalle mie parti ci porterebbero gli studenti in gita, qui ci portano i cani a pisciare contro i muri. La mia stanza da letto affaccia su una di esse, non ho mai capito chi sia questo omone che mi dà le spalle poggiato a una specie di tronco, col culo scoperto tutto l'anno e un fisico, manco a dirlo, statuario.

(…) C'è chi sostiene che mi sto innamorando della disperazione di questa città, che sto confondendo la mia dentro la sua solitudine. Che mi sto rassegnando alla sua rozzezza, che mi sento più attratto dalla sua dannazione che dalla sua generosità. Sarà per questo che colleghi e amici, quei pochi lasciati a Pavia, non mi chiamano quasi più, delusi da una metamorfosi così completa e consapevole. Non so come spiegarlo, ma noi del Nord preferiamo avere notizie di un Sud depresso, malinconico, arrangiato, volgare e arretrato, indicazioni geopolitiche che automaticamente rendono «la vita che si fa su» nettamente migliore, degna d'essere vissuta: informazioni di altro tenore, men che meno se dovessero contenere un'ostentata serenità d'animo, non solo non vengono prese in considerazione ma è come se interrompessero secoli di rassicuranti luoghi comuni. Per cui l'ultima telefonata con Sandro Saccavini – veneto da sempre, emigrato nel pavese per amore ma non senza orrore, collega che avevo lasciato persino con qualche magone – è andata all'incirca così.

  • L'altro giorno con la Giada vedevo la cartina, semmai un giorno volessimo venirti a trovare, saranno ottocento chilometri da qui! E da Ancona in giù è vero che l'autostrada diventa a due corsie? Ma come si fa, dai Alberto?
  • Si fa che ognuno resta dov'è, si fa che non vieni affatto, brutta testa di cazzo!

(…) Sono stato nelle budella di via Arpi, la vena aorta di questa città: la strada più importante, fatalmente la più fragile. Sono sceso nelle grotte e nelle strade chiuse al traffico, nei cui sottani pullula una straordinaria vita da documentario: dove la passata di pomodoro si fa in casa, la premitura delle olive avviene nei box improvvisati a frantoio, la carne si macella in autonomia. Sono stato nelle periferie più inospitali, dove spacciano droga nelle carcasse parcheggiate a tempo indeterminato in autodemolizioni che ai cancelli hanno affisso «Non facciamo ricevute»; mi hanno fatto conoscere attività commerciali allestite all'interno di appartamenti assegnati alla lotteria dell'Istituto case popolari. Qui vige un codice comportamentale tutto sommato più nobile delle dottrine da cui sono fuggito, nessuna pietà per il nemico ma nei momenti di difficoltà non esistono avversari. In corso Cairoli un chiosco degno del mondo visionario di Gàrcìa Màrquez vende birra al ghiaccio, nel senso letterale del termine: crioconservata in lastre, come fosse un organo da trapiantare che in attesa del suo nuovo corpo viene custodito con attenzioni fuori dal comune. E lui, quello che si occupa di difendere questo fragile passato dall'aggressione della modernità, mi fa «dottò, qua d'estate vendiamo sogni e d'inverno aspettiamo di sognare». Due sole stagioni, come me. Che cosa ci divide, in fondo. In cosa siamo diversi, se aspettiamo lo stesso tempo per farci le stesse identiche cose? Questo Sud è più amaro e vero, più denso di quello ridicolizzato nei film: per ampi tratti non è mai stato raccontato e questo lo rende, ancora oggi, straordinariamente letterario. Questa città si concede più spesso di quanto servirebbe, ragione per cui – negli anni – i suoi abitanti si sono via via rassegnati a questa generosità. E, senza saperlo, hanno cominciato a non meritarla più.

Tratto da E invece io di Davide Grittani -  Robin Edizoni, Torino – 2016  diritti riservati

 

La frase di Paolo Conte.

​Tra i dialetti italiani quello di Foggia è tra i più sensazionali, perché completamente privo di vocali e parlato come se si avesse uno straccio in bocca. Questo farà in modo che, il primo romanzo in grado di armonizzare questa lingua con una storia credibile, diventi automaticamente un'opera blues.

La scheda.

Titolo E Invece Io, tratto dal titolo di una canzone di Riccardo Sinigallia.

Autore Davide Grittani.

Editore Robin Edizioni, Torino e Roma.

Uscita Ottobre 2016.

In copertina Ilustrazione di Caterina Delli Carri.

Dedica A Gaetano Scirea. A chi ama viaggiare in macchina.

A Francesco Nuti e a chi chi ha creduto, come me.

Trama Un giornalista lombardo, dopo il naufragio del suo matrimonio, chiede volontariamente il trasferimento presso una delle edizioni locali nel frattempo acquisite dall'Azienda per cui lavora. Si trova a scegliere tra quatto città del Sud, e senza saperne nulla sulla destinazione sceglie Foggia. Dove però l'accoglie “l'insospettabile generosità di una città che si concede troppo spesso e anche quando non dovrebbe, ragione per cui i suoi abitanti poco alla volta hanno cominciato ad abituarsi e a non meritarla più”. Qui trascorre alcuni anni, diventa perfetto ingranaggio di una popolazione indolente ma poetica, che si muove all'interno del proprio immobilismo, diventa protagonista del tessuto sociale di una città mai raccontata prima. Eppure senza accorgersene, senza rendersene conto, calpesta i piedi a chi non dovrebbe, perde improvvisamente quota l'assetto del suo quotidiano. Si scopre senza difese immunitarie, in balia di chi (intorno) gliraccomanda di stare attento ma senza indicargli a cosa. Fino a quando si rende conto che la materia a cui quotidianamente dà forma, plasmando notizie e destini da un giornale, gli si ritorce contro. Ma ciò che gli piove improvvisamente addosso non è solo la menzogna, ma molto di più. Se stesso.

Presentazioni (fissate e in corso di prenotazione)

Giovedì 17 novembre 2016 (ore 18,00) Sala Fedora Teatro U. Giordano - Piazza Battisti, FOGGIA

Giovedì 24 novembre 2016 (ore 18,00) Salotto letterario Robin Edizioni - Via Massena 45, TORINO

​1 - 4 dicembre 2016, Fiera Liber Liberi, GALLIPOLI

​Dicembre 2016, ​Piu libri Piu  liberi, Fiera nazionale della piccola e media editoria, ROMA

 

Sabato 14 gennaio 2017 (ore 18,00) Libreria Trame - Via Goito 3/C, BOLOGNA

Sabato 25 febbraio 2017 (ore 18,00) Libreria Murru - Via San Benedetto 12, CAGLIARI

In corso di definizione Trani, Salerno, Modena, Verona, Cosenza, Sassari e Ascoli Piceno.

 

L'Autore.

Davide Grittani è nato a Foggia nel 1970, ha pubblicato il romanzo Rondò (Transeuropa 1998, postfazione di Giampaolo Rugarli), il saggio-inchiesta Colpa di nessuno (Utopia 2004, con uno scritto di Giorgio Bocca) e la raccolta di reportage C'era un Paese che invidiavano tutti (Transeuropa 2011, prefazione di Ettore Mo e testimonianza di Dacia Maraini). La sua monografia sul design industriale CDI, una storia italiana (con interventi di Sandro Veronesi e Gae Aulenti, 2012) è stata tradotta in francese e inglese. Ha ideato e cura la prima mostra della letteratura italiana tradotta all'estero Written in Italy, che dal 2006 è stata esposta a Foggia, Roma, Còrdoba, Leuca, Skopje, Vilnius, Amsterdam, Seul, Torino, Doha, Bologna, Montevideo, Sydney, Santiago del Cile e Algeri. Dal 2000 al 2014 ha lavorato alla redazione di Foggia del quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno, attualmente è Portavoce dell'Università di Foggia.

 

La quarta di copertina.

Un uomo all'equatore della vita, stagione in cui «le buone maniere, le condotte politically correct e le prudenze strategiche fanno posto all'istinto di conservazione». Una emigrazione al contrario, dalla Lombardia alla Puglia. Un giornale in cui si respira il disagio di una professione che ha smarrito il proprio senso. Un viaggio lungo un mese, dentro l'America del Sud. Due movimenti che descrivono fedelmente il vuoto di ideali e riferimenti che affligge la politica italiana, da una parte il Partito dei Demiurghi (in breve PD) dall'altra la Federazione Illuminata (ovvero FI). Alberto Arioli ha creduto in un mondo che non esiste più, e a cinquant'anni si ritrova improvvisamente orfano di un ideale, di un sistema di vita, che gli si rivoltano contro. Fino a emarginarlo. Fino a farlo sentire un estraneo, espropriandolo persino dei sogni che aveva creduto potessero davvero appartenere a tutti. Sincero, irriverente, a tratti esilarante e dissacratorio, questo romanzo interpreta con decisione e ironia tutta la delusione il disincanto di una generazione che aveva consegnato – soprattutto nelle mani della Sinistra – le aspettative di un cambiamento mai avvenuto. Un libro raffinato e spietato. Confessional blues con contaminazioni gergali e diverse ironiche incursioni del dialetto foggiano: una coraggiosa presa d'atto, una dichiarazione d'amore – nei confronti di una città – quasi senza pudori.

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